DAEMON

PROGETTI

DAEMON

con Enrico Casagrande e Alexia Sarantopoulou
regia e drammaturgia Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande
luci e video Daniela Nicolò
fonica Martina Ciavatta
una produzione Motus
con il supporto di Basso Profilo
in collaborazione con Fondazione Teatro Comunale di Ferrara,  Rimi/Imir-Scenkunst, Norway
e il contributo del Comune di Ferrara
nell'ambito del progetto Support Structures

  • 18- 21 febbraio 2025Residenza artistica c/o Wunderkammer

    Residenza artistica MOTUS
  • 22 febbraio 2025 - ore 21 DAEMON prima nazionale

  • 23 febbraio 2025 - 15.30DAEMON

Io ero benevolo e buono; l'infelicità ha fatto di me un demonio

Frankenstein, Mary Shelley 1818

DAEMON è uno dei tanti termini negativi con cui Mary Shelley chiama la creatura romanzo:

𝙈𝙞𝙨𝙚𝙧𝙖𝙗𝙡𝙚 𝙈𝙤𝙣𝙨𝙩𝙚𝙧 – 𝘿𝙚𝙢𝙤𝙣𝙞𝙖𝙘𝙖𝙡 𝙘𝙤𝙧𝙥𝙨𝙚 – 𝙃𝙞𝙙𝙚𝙪𝙨 – 𝙐𝙜𝙡𝙮 – 𝘿𝙚𝙫𝙞𝙡 - 𝙑𝙞𝙡𝙚 𝙞𝙣𝙨𝙚𝙘𝙩 – 𝘿𝙖𝙚𝙢𝙤𝙣 – 𝘼𝙗𝙝𝙤𝙧𝙧𝙚𝙙𝙢𝙤𝙣𝙨𝙩𝙚𝙧 – 𝙒𝙧𝙚𝙩𝙘𝙝𝙚𝙙 𝙙𝙚𝙫𝙞𝙡 – 𝘼𝙗𝙝𝙤𝙧𝙧𝙚𝙙 𝙙𝙚𝙫𝙞𝙡 – 𝘿𝙚𝙩𝙚𝙨𝙩𝙚𝙙 𝙛𝙤𝙧𝙢 - 𝙊𝙙𝙞𝙤𝙪𝙨 𝙘𝙤𝙢𝙥𝙖𝙣𝙞𝙤𝙣 – 𝙋𝙤𝙤𝙧, 𝙝𝙚𝙡𝙥𝙡𝙚𝙨𝙨,𝙢𝙞𝙨𝙚𝙧𝙖𝙗𝙡𝙚 𝙬𝙧𝙚𝙩𝙘𝙝 – 𝙈𝙞𝙨𝙚𝙧𝙖𝙗𝙡𝙚, 𝙪𝙣𝙝𝙖𝙥𝙥𝙮 𝙬𝙧𝙚𝙩𝙘𝙝 – 𝙃𝙞𝙙𝙚𝙤𝙪𝙨 𝙢𝙤𝙣𝙨𝙩𝙚𝙧 – 𝙐𝙜𝙡𝙮 𝙬𝙧𝙚𝙩𝙘𝙝 – 𝙁𝙞𝙚𝙣𝙙- 𝙈𝙮 𝙛𝙞𝙚𝙣𝙙𝙞𝙨𝙝𝙚𝙣𝙚𝙢𝙮 – 𝙈𝙞𝙨𝙚𝙧𝙖𝙗𝙡𝙚 𝙛𝙞𝙚𝙣𝙙 – 𝙎𝙘𝙤𝙛𝙛𝙞𝙣𝙜 𝙙𝙚𝙫𝙞𝙡 – 𝙏𝙧𝙚𝙢𝙚𝙣𝙙𝙤𝙪𝙨 𝙗𝙚𝙞𝙣𝙜 – 𝙃𝙮𝙥𝙤𝙘𝙧𝙞𝙩𝙞𝙘𝙖𝙡 𝙛𝙞𝙚𝙣𝙙…

Nel periodo storico in cui è stato scritto il mostro non è mostruoso perché orrendo o pericoloso, ma terrorizza perché è l’imprevisto, l’inatteso, l’impensabile: è strano, weird…

WEIRD viene dall’antico nordico URTH che significa intrecciato, in loop come l’avvolgimento della spola del destino. Ma l’aggettivo weird può significare anche casual, (casuale)… In questo senso weird è connesso a worth (volere) inteso non come sostantivo, ma come verbo, un verbo che ha a che fare con il divenire e le trasformazioni (…) Nel significato di STRANO significa anche una svolta inaspettata, dall’aspetto strano… Il termine strano è attraversato da un oscuro sentiero tra causalità e dimensione estetica, tra FARE e APPARIRE. (da Timothy Morton, “Ecologia oscura”)

Nel romanzo – e nel primo movimento del nostro dittico, Frankenstein (a love story) – la creatura fugge dal laboratorio di Frankenstein e si nasconde nella solitudine delle Alpi dove, attraverso l’osservazione furtiva di una famiglia di rifugiati, acquisisce progressivamente la conoscenza del linguaggio, della letteratura e delle convenzioni della società europea.
In un primo momento si innamora teneramente degli umani e della natura… poi comincia a comprendere vagamente la propria condizione: «Non avevo ancora incontrato un essere umano che mi rassomigliasse o rivendicasse un qualche rapporto con me. Cosa significava questo? Chi ero? Che cosa ero? Da dove venivo? Qual era la mia destinazione? Queste domande ritornavano continuamente, ma non ero in grado di dar loro una risposta». Poi, nella tasca della giacca, che aveva preso con sé fuggendo dal laboratorio, il mostro trova il diario di Victor Frankenstein, e apprende i particolari della sua creazione: «Stavo male mentre leggevo. L’accresciuta conoscenza non faceva ora che mostrarmi più chiaramente che infelice reietto io fossi».
Dopo aver appreso la propria storia e sperimentato il rifiuto di tutti quelli di cui aveva cercato la compagnia, la vita della creatura prende una piega oscura. «I miei sentimenti erano solo di rabbia e di vendetta», dichiara il mostro.

Io, come l’arcidiavolo, portavo dentro l’inferno

Il mostro sarebbe felice di poter distruggere l’intera Natura, ma si risolve, infine, per un piano più vantaggioso: eliminare sistematicamente tutti quelli che Victor Frankenstein ama…

Da questa mutazione dei sentimenti nella creatura siamo partiti con DAEMON, immaginandola performance come una allucinazione/incubo partorito dalla mente Mary Shelley, una giovane che fa «castelli in aria», sogna ad occhi aperti, ha una immaginazione abnorme, mostruosa. (Ha scritto il romanzo Frankenstein quando aveva soli 19 anni!). È descritta dai familiari come una ragazza con sempre “la testa tra le nuvole”… L’abbiamo immaginata aggirarsi fra boschi e nebbie, quando inizia ad avere visioni…(E questo è il preludio site-specific della performance, che può essere filmato o realizzato in luoghi speciali limitrofi alla scena…)
Mary /Alexia Sarantopoulou vede questa strana creatura muoversi veloce, apparire e scomparire, inafferrabile, metà uomo, metà animale… Sono allucinazioni dovute al clima umido e alla pioggia incessante? Immagini scaturite dai riflessi delle acque? Chissà…

Forse si può trattare di maladaptive daydreaming (in italiano “sogni ad occhi aperti disadattivi”) noto anche come disturbo da fantasia compulsiva: è una forma disordinata di assorbimento dissociativo connesso a un'attività di fantasia vivida ed eccessiva. O forse si tratta semplicemente del cervello che si riprende il diritto e il tempo di Fantasticare, di lasciarsi andare a divagazioni, a catene di associazioni e Hypnagogic hallucinations (Marie-Helene Huet, Monstrous Imagination, 1993) a momenti di transizione fra la veglia e il sonno.
Sara De Simone parla dello stato di dormiveglia in cui Shelley concepisce il mostro: «la consuetudine dei waking dreams è qualcosa di più […] Assentarsi per scivolare in una realtà seconda, immaginifica, figurata, un doppiofondo dove Mary può calarsi, proprio come il suo pallido scienziato, per raccogliere ossa e resti dalle cripte, e trasformarli in qualcosa di spaventoso, e di straordinario, e di vivo».

Questa performance da corpo a questa prima allucinazione, ma racconta anche del momento, di quel terribile click che fa convertire l’amore in odio, la benevolenza in violenza; di quell’inceppo del meccanismo amoroso che provoca un ribaltamento dalle conseguenze irreversibili. E’ focalizzata infatti sul “divenir cattivo” della creatura: su come un essere senza identità, senza storia, solo come un cervo, inseguito, fa mondo a sé e si ribella.

Come la creatura, DAEMON in realtà afferma il valore della mostruosità: le domande miltoniane che Shelley pone in epigrafe del suo romanzo: «Ti ho chiesto io, creatore, dalla creta / di farmi uomo?
Ti ho sollecitato io / a trarmi dall’oscurità?»

Con una sola voce, rispondiamo: «No», senza svilirci, perché abbiamo accettato il duro lavoro di ricostruirci secondo le nostre condizioni e anche contro l’ordine naturale, come tutta la comunità queer invita a essere, “alleat* del caos e dell’oscurità da cui sgorga la Natura”.

 Lo diciamo con le parole di Susan Stryker (autrice, filmmaker, e teorica di gender studies e transgenderism) da My Words to Victor Frankenstein Above the Village of Chamounix: Performing Transgender Rage che chiudono la performance:

In questo luogo senza linguaggio.
La mia rabbia è un delirio silenzioso.
La rabbia
Alla fine mi rigetta indietro
In questa realtà mondana
In questa carne trasfigurata
Che mi allinea con la forza del mio Essere.
Nel partorire la mia rabbia,
La mia rabbia mi ha fatta rinascere.

Susan Stryker